Voglio ringraziare pubblicamente Liby che postato questo video: io vi rimando al link del suo blog per vederlo Credo sia giusto così
GRAZIE!
Daniele il Rockpoeta
IL LINK: http://ruberia.blogspot.com/2008/03/mary-win-burmese-human-rights-day-free.html
mercoledì 19 marzo 2008
martedì 11 marzo 2008
IL POPOLO BIRMANO E' PRONTO ALLA RIVOLUZIONE?
Birmania, i ribelli dello Shan preparano le armi I RIBELLI SI SONO STANCATI DI PRENDERNE E BASTA,HANNO DECISO DI IMBRACCIARE I FUCILI.NELL'ARTICOLO,C'E' UN 'INTERVISTA AD UN BIRMANO DI NOME U TU WAY,QUESTE LE SUE PAROLE:
"La rinascita partirà da qui, da queste montagne", annuncia. "I segnali mi dicono che sarà così. Durante le rivolte del 1988 sono stato un leader studentesco. Ci abbiamo creduto fino in fondo con forza e dignità. Molti sono morti, tantissimi scomparsi, altri fuggiti. Altri ancora, forse migliaia, restano in prigione. Abbiamo perso, ma la prossima volta non finirà in questo modo. La gente non ce la fa più, vuole cambiare, ha bisogno di aria nuova. I generali, i nostri padroni, hanno fatto il loro tempo".E LO DICE SOTTOVOCE,PERCHE' QUESTE PERSONE SONO ABITUATE AD ESSERE SEMPRE CONTROLLATE,CIRCONDATE COME SONO DA SPIE DEL REGIME.LA SUA GAMBA SINISTRA NON HA PIU' I TENDINI,SI',AVETE CAPITO BENE....... "Non ci sono più tendini. E' accaduto in prigione".
"Tre anni di carcere", si scusa dopo un lungo silenzio imbarazzato, "non si dimenticano facilmente. Per sei mesi ci hanno chiuso in un buco senza aria e senza finestre. Poteva contenere 20 persone, eravamo in 140. Studenti soprattutto, ma anche commercianti, medici, avvocati, ingegneri. Tutti presi per strada in pieno giorno; oppure dentro casa, di notte, strappati ai loro letti. E' stato dopo la rivolta, quando sono riusciti a piegarci con i fucili. Avevano filmato e fotografato tutti: era facile venire a cercarci. Noi viviamo qui e qui siamo rimasti. Ci hanno portati dentro una caserma, infilati in un cunicolo che sfociava in una stanza con una sola presa d'aria, sul tetto fatto a cupola. Per respirare ci mettevano l'uno sull'altro. Ma resistevano solo quelli in cima; gli altri morivano, piano piano, soffocati. Non so quanti siano crepati. Ho perso il conto; in quelle condizioni non riesci a capire neanche dove sei. La prima settimana ne liberarono una ventina. Altri venti la settimana successiva, quindi ancora venti, fino a quando rimasi solo. Per un mese di fila: senza vedere la luce, in mezzo ai miei bisogni. Ci interrogavano militari venuti da un'altra regione, quelli del posto li conosciamo, non si fidavano. Volevano sapere quanti eravamo, chi guidava le proteste. Tecniche raffinate e umilianti. Se avevo caldo mi facevamo sedere su un cubo di ghiaccio e mi obbligavano a restare immobile tre, quattro ore. Se chiedevo da bere, aprivano un rubinetto piazzato sul soffitto e facevano cadere una goccia d'acqua che mi colpiva sempre sullo stesso punto". Si tocca la spalla: "Credo che si chiami la goccia cinese. Atroce, un dolore insopportabile". Tu Way oggi fa il commerciante, circondato da ragazze raccolte in quelli che chiama i villaggi "invisibili". Le tratta come figlie: le ospita in casa, dove cucinano e rassettano e lui, in cambio, le manda a scuola. "In Birmania", ci spiega, "studiare è un privilegio per pochi, soprattutto per i figli dei militari. Hanno mezzi e potere. Servono un sacco di soldi, per i libri e per le divise. Così alla fine moltissimi rinunciano e se sono fortunati trovano qualche lavoretto". L'uomo che ci sta seduto di fronte ha smesso di fare politica, per uscire da quell'inferno ha dovuto firmare un impegno al silenzio. Per sempre. Ma non ha rinunciato alla democrazia. Crede che il cambiamento sia ancora possibile. Resta indifferente quando gli diciamo che la giunta militare, pochi giorni fa, ha messo fuori gioco la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi: non si potrà candidare alle elezioni fissate per il 2010. La considera una mossa prevedibile. Il premio Nobel per la pace è un'icona troppo pericolosa per i vecchi generali aggrappati ad un potere che consente affari d'oro con i ricchi paesi asiatici. Per farci capire, Tu Way ricorre ad un proverbio: "Da noi si dice che le autorità amano solo tre colori: il bianco dell'eroina, il rosso del rubino, il verde della giada". E' convinto che la nuova spinta verso il cambiamento arriverà dalle minoranze etniche. "Ho sentito", ci dice, "che a pochi chilometri da qui si è sparato. Sono stati uccisi molti soldati del regime. L'esercito clandestino dello Shan e quello degli Arcan si sono alleati. Dopo la rivolta del settembre scorso abbiamo capito che senza fucili non si può ottenere nulla". La tentazione della lotta armata è il nuovo sentimento che aleggia sulla Birmania. Le "tigri" dello Shan si nascondono dietro l'ultima collina. La vediamo in lontananza, oltre la giungla che ci circonda, dopo le risaie verde giada che illuminano le valli. A bordo di una jeep vecchia e sgangherata scivoliamo su una stradina di terra rossa scavata a mano da centinaia di uomini, lungo il costone di una montagna che delimita il confine con la "terra proibita". Il Triangolo d'oro è cento chilometri più a nord. Per raggiungere quella zona bisogna avere un permesso speciale che non viene mai concesso. Ufficialmente per motivi di sicurezza, ma in realtà perché oltre alla produzione di oppio, alla raffinazione di eroina, la "terra proibita" è il centro del traffico di pietre preziose, di cui i cinesi sono maestri, e del contrabbando di armi in mano a bande sciolte che si spartiscono il territorio. U Tu Way se ne tiene alla larga. Si dedica alla sua terra, ai villaggi sparpagliati nella giungla, scoperti solo venti anni fa. Nessuno sa come e quando sono nati. Per le autorità sono "invisibili". Ma dentro quelle decine di case, sorrette da pilastri in tek, con il tetto in lamiera e la struttura in bambù, vivono centinaia di uomini, donne e bambini. Comunità fiere, con un loro passato, una loro tradizione che la nostra guida ha legato al mondo reale e reso finalmente "visibili". E' gente pacifica, ma ben organizzata. Tu Way mi spiega che hanno armi e munizioni, le tengono nascoste e sono pronti a tirarle fuori. Lo hanno già fatto. La censura, efficientissima, blocca ogni notizia. Ma abbiamo sentito parlare spesso di esplosioni e di scontri armati in questa regione. Lo conferma il capo del villaggio che ha le idee chiarissime. "Noi apparteniamo allo Stato dello Shan e chiunque dovesse governare deve fare i conti con noi". Gli chiediamo cosa pensa delle elezioni previste nel 2010. Scoppia in una grossa risata: "Le ultime le hanno annullate". Ogni giorno la nostra guida percorre questo viottolo che si inerpica come un serpente sulle montagne. Raggiunge i villaggi e tiene il suo discorso: di prevenzione sanitaria, di idraulica, di ingegneria. Dentro la casa principale si radunano gli abitanti: gli uomini seduti in prima fila; le donne, dietro, con i bambini. Si discute di tutto: della nuova scuola in costruzione e dell'acqua presente da due mesi nel villaggio grazie al contributo di alcune ong straniere. Si tratta di cose concrete. La zona è ricchissima di ruscelli e torrenti. Ma si trovano duecento metri più a valle. Per raccoglierla bisognava scendere un costone ripido in mezzo alla giungla e poi risalire con due taniche legate ad un asta come bilanciere e piazzate sulle spalle. Ci voleva una giornata intera per raccogliere venti litri. U Thu Wa ha fatto allagare un fossato e lo ha trasformato in un bacino che viene alimentato da un ruscello. Di qui si snoda il sistema di irrigazione che fornisce acqua a tutte le case, ma soprattutto elettricità, grazie ad una turbina azionata da una cascata. L'ex leader studentesco illustra i benefici di questo piccolo miracolo e la gente ascolta, assorta, spesso annuendo, discutendo fino a quando si decidono altre innovazioni. "Oggi faccio politica in questo modo", commenta divertito U Tu Way. "La gente prima moriva per una dissenteria. Nei villaggi si vive a contatto con gli animali: si dorme, si mangia, si fanno i propri bisogni tutti insieme. Con l'acqua razionata, bastava niente per ammalarsi". Invisibili, sconosciuti al governo centrale, queste centinaia di villaggi ora sono collegati a cittadine come Kalaw. Hanno scoperto l'altra Birmania. Sono guidati da uomini che sanno usare il computer, da donne che hanno imparato a leggere e scrivere, da giovani che frequentano l'università. Per tutti sono le "tigri" dello Shan. Lo sono anche per U Tu Way: "Questa volta", ricorda ancora, "non ci faremo massacrare. Le armi sono state prese dove si trovano. Molti erano stati arruolati a forza nell'esercito. Hanno disertato, portandosi dietro i fucili".
SECONDO ME,LA RIVOLTA E' PIU' VICINA DI QUANTO PENSIAMO,CERTO LA CENSURA NN PERMETTE DI SAPERE A CHE PUNTO SIA ARRIVATA LA POPOLAZIONE,QUANTO SI SIA ORGANIZZATA,MA UNA COSA E' CERTA:NN SI PUO' RESTARE COL CAPO CHINO PER SEMPRE.PER AVERE UN FUTURO DI PACE E LIBERTA',DOVE SIA POSSIBILE VIVERE IN ARMONIA E COLTIVARE IL PROPRIO PAESE,IN TUTTI I SENSI,A VOLTE E' NECESSARIA LA GUERRA.CHE NON E' GUERRA SEMPLICE,E' RIVOLTA.E' RIVOLUZIONE.E' ASPIRAZIONE AD UNA GIUSTIZIA IN QUESTA VITA.SONO CON LORO,CON TUTTA ME STESSA.
"La rinascita partirà da qui, da queste montagne", annuncia. "I segnali mi dicono che sarà così. Durante le rivolte del 1988 sono stato un leader studentesco. Ci abbiamo creduto fino in fondo con forza e dignità. Molti sono morti, tantissimi scomparsi, altri fuggiti. Altri ancora, forse migliaia, restano in prigione. Abbiamo perso, ma la prossima volta non finirà in questo modo. La gente non ce la fa più, vuole cambiare, ha bisogno di aria nuova. I generali, i nostri padroni, hanno fatto il loro tempo".E LO DICE SOTTOVOCE,PERCHE' QUESTE PERSONE SONO ABITUATE AD ESSERE SEMPRE CONTROLLATE,CIRCONDATE COME SONO DA SPIE DEL REGIME.LA SUA GAMBA SINISTRA NON HA PIU' I TENDINI,SI',AVETE CAPITO BENE....... "Non ci sono più tendini. E' accaduto in prigione".
"Tre anni di carcere", si scusa dopo un lungo silenzio imbarazzato, "non si dimenticano facilmente. Per sei mesi ci hanno chiuso in un buco senza aria e senza finestre. Poteva contenere 20 persone, eravamo in 140. Studenti soprattutto, ma anche commercianti, medici, avvocati, ingegneri. Tutti presi per strada in pieno giorno; oppure dentro casa, di notte, strappati ai loro letti. E' stato dopo la rivolta, quando sono riusciti a piegarci con i fucili. Avevano filmato e fotografato tutti: era facile venire a cercarci. Noi viviamo qui e qui siamo rimasti. Ci hanno portati dentro una caserma, infilati in un cunicolo che sfociava in una stanza con una sola presa d'aria, sul tetto fatto a cupola. Per respirare ci mettevano l'uno sull'altro. Ma resistevano solo quelli in cima; gli altri morivano, piano piano, soffocati. Non so quanti siano crepati. Ho perso il conto; in quelle condizioni non riesci a capire neanche dove sei. La prima settimana ne liberarono una ventina. Altri venti la settimana successiva, quindi ancora venti, fino a quando rimasi solo. Per un mese di fila: senza vedere la luce, in mezzo ai miei bisogni. Ci interrogavano militari venuti da un'altra regione, quelli del posto li conosciamo, non si fidavano. Volevano sapere quanti eravamo, chi guidava le proteste. Tecniche raffinate e umilianti. Se avevo caldo mi facevamo sedere su un cubo di ghiaccio e mi obbligavano a restare immobile tre, quattro ore. Se chiedevo da bere, aprivano un rubinetto piazzato sul soffitto e facevano cadere una goccia d'acqua che mi colpiva sempre sullo stesso punto". Si tocca la spalla: "Credo che si chiami la goccia cinese. Atroce, un dolore insopportabile". Tu Way oggi fa il commerciante, circondato da ragazze raccolte in quelli che chiama i villaggi "invisibili". Le tratta come figlie: le ospita in casa, dove cucinano e rassettano e lui, in cambio, le manda a scuola. "In Birmania", ci spiega, "studiare è un privilegio per pochi, soprattutto per i figli dei militari. Hanno mezzi e potere. Servono un sacco di soldi, per i libri e per le divise. Così alla fine moltissimi rinunciano e se sono fortunati trovano qualche lavoretto". L'uomo che ci sta seduto di fronte ha smesso di fare politica, per uscire da quell'inferno ha dovuto firmare un impegno al silenzio. Per sempre. Ma non ha rinunciato alla democrazia. Crede che il cambiamento sia ancora possibile. Resta indifferente quando gli diciamo che la giunta militare, pochi giorni fa, ha messo fuori gioco la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi: non si potrà candidare alle elezioni fissate per il 2010. La considera una mossa prevedibile. Il premio Nobel per la pace è un'icona troppo pericolosa per i vecchi generali aggrappati ad un potere che consente affari d'oro con i ricchi paesi asiatici. Per farci capire, Tu Way ricorre ad un proverbio: "Da noi si dice che le autorità amano solo tre colori: il bianco dell'eroina, il rosso del rubino, il verde della giada". E' convinto che la nuova spinta verso il cambiamento arriverà dalle minoranze etniche. "Ho sentito", ci dice, "che a pochi chilometri da qui si è sparato. Sono stati uccisi molti soldati del regime. L'esercito clandestino dello Shan e quello degli Arcan si sono alleati. Dopo la rivolta del settembre scorso abbiamo capito che senza fucili non si può ottenere nulla". La tentazione della lotta armata è il nuovo sentimento che aleggia sulla Birmania. Le "tigri" dello Shan si nascondono dietro l'ultima collina. La vediamo in lontananza, oltre la giungla che ci circonda, dopo le risaie verde giada che illuminano le valli. A bordo di una jeep vecchia e sgangherata scivoliamo su una stradina di terra rossa scavata a mano da centinaia di uomini, lungo il costone di una montagna che delimita il confine con la "terra proibita". Il Triangolo d'oro è cento chilometri più a nord. Per raggiungere quella zona bisogna avere un permesso speciale che non viene mai concesso. Ufficialmente per motivi di sicurezza, ma in realtà perché oltre alla produzione di oppio, alla raffinazione di eroina, la "terra proibita" è il centro del traffico di pietre preziose, di cui i cinesi sono maestri, e del contrabbando di armi in mano a bande sciolte che si spartiscono il territorio. U Tu Way se ne tiene alla larga. Si dedica alla sua terra, ai villaggi sparpagliati nella giungla, scoperti solo venti anni fa. Nessuno sa come e quando sono nati. Per le autorità sono "invisibili". Ma dentro quelle decine di case, sorrette da pilastri in tek, con il tetto in lamiera e la struttura in bambù, vivono centinaia di uomini, donne e bambini. Comunità fiere, con un loro passato, una loro tradizione che la nostra guida ha legato al mondo reale e reso finalmente "visibili". E' gente pacifica, ma ben organizzata. Tu Way mi spiega che hanno armi e munizioni, le tengono nascoste e sono pronti a tirarle fuori. Lo hanno già fatto. La censura, efficientissima, blocca ogni notizia. Ma abbiamo sentito parlare spesso di esplosioni e di scontri armati in questa regione. Lo conferma il capo del villaggio che ha le idee chiarissime. "Noi apparteniamo allo Stato dello Shan e chiunque dovesse governare deve fare i conti con noi". Gli chiediamo cosa pensa delle elezioni previste nel 2010. Scoppia in una grossa risata: "Le ultime le hanno annullate". Ogni giorno la nostra guida percorre questo viottolo che si inerpica come un serpente sulle montagne. Raggiunge i villaggi e tiene il suo discorso: di prevenzione sanitaria, di idraulica, di ingegneria. Dentro la casa principale si radunano gli abitanti: gli uomini seduti in prima fila; le donne, dietro, con i bambini. Si discute di tutto: della nuova scuola in costruzione e dell'acqua presente da due mesi nel villaggio grazie al contributo di alcune ong straniere. Si tratta di cose concrete. La zona è ricchissima di ruscelli e torrenti. Ma si trovano duecento metri più a valle. Per raccoglierla bisognava scendere un costone ripido in mezzo alla giungla e poi risalire con due taniche legate ad un asta come bilanciere e piazzate sulle spalle. Ci voleva una giornata intera per raccogliere venti litri. U Thu Wa ha fatto allagare un fossato e lo ha trasformato in un bacino che viene alimentato da un ruscello. Di qui si snoda il sistema di irrigazione che fornisce acqua a tutte le case, ma soprattutto elettricità, grazie ad una turbina azionata da una cascata. L'ex leader studentesco illustra i benefici di questo piccolo miracolo e la gente ascolta, assorta, spesso annuendo, discutendo fino a quando si decidono altre innovazioni. "Oggi faccio politica in questo modo", commenta divertito U Tu Way. "La gente prima moriva per una dissenteria. Nei villaggi si vive a contatto con gli animali: si dorme, si mangia, si fanno i propri bisogni tutti insieme. Con l'acqua razionata, bastava niente per ammalarsi". Invisibili, sconosciuti al governo centrale, queste centinaia di villaggi ora sono collegati a cittadine come Kalaw. Hanno scoperto l'altra Birmania. Sono guidati da uomini che sanno usare il computer, da donne che hanno imparato a leggere e scrivere, da giovani che frequentano l'università. Per tutti sono le "tigri" dello Shan. Lo sono anche per U Tu Way: "Questa volta", ricorda ancora, "non ci faremo massacrare. Le armi sono state prese dove si trovano. Molti erano stati arruolati a forza nell'esercito. Hanno disertato, portandosi dietro i fucili".
SECONDO ME,LA RIVOLTA E' PIU' VICINA DI QUANTO PENSIAMO,CERTO LA CENSURA NN PERMETTE DI SAPERE A CHE PUNTO SIA ARRIVATA LA POPOLAZIONE,QUANTO SI SIA ORGANIZZATA,MA UNA COSA E' CERTA:NN SI PUO' RESTARE COL CAPO CHINO PER SEMPRE.PER AVERE UN FUTURO DI PACE E LIBERTA',DOVE SIA POSSIBILE VIVERE IN ARMONIA E COLTIVARE IL PROPRIO PAESE,IN TUTTI I SENSI,A VOLTE E' NECESSARIA LA GUERRA.CHE NON E' GUERRA SEMPLICE,E' RIVOLTA.E' RIVOLUZIONE.E' ASPIRAZIONE AD UNA GIUSTIZIA IN QUESTA VITA.SONO CON LORO,CON TUTTA ME STESSA.
giovedì 6 marzo 2008
BIRMANIA.............

EHI,CHE NOVITA' DA FUOCHI D'ARTIFICIO!FINALMENTE UNA NOTIZIA SULLA BIRMANIA OTTENUTA NN SPULCIANDO SUL WEB,MA TROVATA SU REPUBBLICA ON-LINE,ADDIRITTURA IN PRIMA PAGINA!PERDONATE IL MIO SARCASMO,CHE E' UN PO' DIVENTATO LA MIA MALATTIA,MA ERANO MESI CHE NN ACCADEVA!
QUESTO E' L'ARTICOLO :Birmania, nel monastero della rivolta'Noi, monaci che sfidammo il regime'.E' MOLTO LUNGO,MA VISTA L'OCCASIONE STRAORDINARIA,INVECE DI FARNE UN RIASSUNTO,LO PUBBLICO PER INTERO:
PAKOKKU - Cinque mesi dopo, restano ancora le tracce della battaglia. Fuori, lungo i muri di cinta sbrecciati dalla pallottole; dentro, sui pavimenti in legno anneriti, nei giardini invasi dalle erbacce, nei bagni collettivi allagati, nell'infermeria saccheggiata, nelle stanze dei novizi vuote e sporche. Persino i corridoi, luogo di meditazione e di lettura, sono occupati dai resti di armadi, sedie e tavoli ammassati alla rinfusa. Per terra, allineati con cura in una stanza chiusa a chiave, si sono salvati solo loro: i libri sacri dello Sangha, la chiesa buddista, e le antiche pergamena di palma scritte a mano. Il grande bonzo, il capo spirituale del monastero, è assorto nella sua lettura. E' solo, al centro del salone al primo piano dove si tengono le lezioni, disteso su un letto in tek coperto da un telo rosso scuro. Restiamo in attesa, avvolti da un cupo senso di desolazione. Il maestro piega il libro. Si mette seduto, incrocia le gambe, si gira verso di noi, porta le mani giunte sulla fronte. "Siate i benvenuti", ci dice dopo minuti che sembrano eterni. Ma-Gway Taungdwingyi, 84 anni, il viso liscio, lo sguardo sereno, non aggiunge altro. Osserva il silenzio che il regime gli ha imposto. Non può dire, come chiunque racconta in Birmania, che tutto è iniziato qui dentro, in un monastero alla periferia di Pakokku: un villaggio lontano dalle rotte turistiche, famoso per il suo tabacco forte e profumato con cui si confezionano i sigari cheerok, sulle sponde del fiume Ayeyarwady, cuore della Birmania centrale, oggi chiamata Myanmar. E' il 16 agosto scorso. Quattro funzionari del governo si presentano nel collegio di Pakhanngeh Kyaung, il più grande di tutto il paese, 100 anni di storia, un'immensa struttura che si regge su 322 pilastri in legno intarsiati. Chiedono di Ma-Gway: non sono venuti, come fanno molti, per chiedere un consiglio e lasciare un'offerta. Hanno altro in testa, il maestro è finito nel mirino della giunta militare. Parla troppo e parla male: del governo dei militari, di quanto sia profondo il distacco che li divide dal paese reale. Lo ammoniscono senza molte remore: "Questo deve essere un luogo di studio e di preghiera, non di politica".
Lo minacciano in modo brusco: "Smettila di sobillare i tuoi studenti o ti facciamo sparire". Il grande monaco è paziente. Usa tutto il suo carisma e la sua influenza. Ricorda che l'aumento di cinque volte il prezzo della benzina e di tanti altri beni di prima necessità sta affamando il popolo. I bonzi lo sanno bene: vivono a stretto contatto con la gente. La colletta che compiono ogni mattina all'alba, secondo un rituale di secoli, scalzi, avvolti nelle loro tuniche colorate, passando di casa in casa, si è interrotta. A Pakokku, davanti alla ciotola mostrata per raccogliere le offerte, le famiglie portano la mano alla bocca: non c'è cibo, non ci sono soldi. Il maestro invita i funzionari a lasciare il monastero. Ma i quattro emissari insistono; l'ordine è arrestarlo, portarlo via. Volano parole grosse: la discussione è animata, violenta, sostiene chi era presente. Sfidare un monaco, un maestro spirituale, in Birmania è una grave offesa, una vera provocazione. Decine di novizi, ragazzi che vivono nel monastero il tempo per studiare i testi sacri del buddismo e imparare l'inglese, hanno seguito il diverbio. Sono indignati. Intervengono, come sono sempre intervenuti. Anche nelle proteste del 1988 sono stati i bonzi più giovani, assieme agli studenti, ad accendere la miccia della rivolta. Scoppia una rissa generale. I quattro funzionari lasciano a fatica il monastero. Ma all'esterno trovano le loro auto in fiamme. Ma-Gway Taungdwingyi non scenderà nei dettagli e noi eviteremo domande che non vanno fatte. Sarà George, la nostra guida di Nyaung U che ci ha accompagnato sul posto, a dirci cosa è accaduto. Al ritorno, mentre attraversiamo l'Ayeyarwady a bordo di una lancia, coperti dal rumore assordante del motore ad elica allungata, ci spiega: "Adesso posso parlare. Prima non mi fidavo di nessuno. Pakokku è piena di spie. Le autorità le hanno infiltrate anche tra i monaci. La rivolta dell'agosto e settembre scorsi è nata qui dentro. Dopo l'incendio delle auto dei quattro funzionari del governo, sono arrivati la polizia e l'esercito. Ma è accorsa anche la gente del villaggio. La voce si è sparsa in tutta la regione. Migliaia di persone sono giunte dai paesi vicini: ne arrivavano ad ondate, con ogni mezzo, dall'interno e poi con le barche, dall'altra sponda del fiume. Ci sono stati gli scontri, molti feriti, tantissimi morti. La gente è rimasta, ha resistito. La protesta si è allargata a Bagan, a Mandalay, a Yangon. Ventotto giorni di cortei e manifestazioni. Fino a quando sono intervenuti i reparti speciali, con i fucili, le mitragliatrici, lo stato d'assedio, il coprifuoco". Il monastero resterà isolato e circondato dal filo spinato fino a Natale. Oggi il collegio di Pakhanngeh Kyaung è stato riaperto ma sembra abbandonato: pochi lo frequentano e non ci sono soldi per restaurare le ferite inferte durante la sommossa. Su 836 monaci ne sono rimasti solo 174. I pochi che si affacciano, timidi e preoccupati, evitano ogni contatto. C'è ancora molta diffidenza: i bonzi sono visti dal regime come un pericolo. In tutta la Birmania, ce n'erano 400 mila. In dieci anni la giunta, con la sua "campagna di purificazione", li ha ridotti del 20 per cento. Il monastero si è svuotato. Molti sono fuggiti. Forse tornati a casa, forse scomparsi, morti, inghiottiti nelle carceri. Nessuno sa nulla di loro. Solo il principio buddista per cui la vita è un continuo ripetersi può spiegare le contraddizioni di questo paese allegro e insieme triste, ribelle e rassegnato. Il suo fascino è tutto lì. La Birmania sembra galleggiare su un tempo indefinito: ancorata al suo passato glorioso, costretta a vivere un presente drammatico, proiettata su un futuro che non le appartiene ancora. La giunta dei militari è rimasta sorpresa dalla rivolta di Pakokku. Non si aspettava che proprio in questo monastero, immerso nel cuore dell'etnia bamar, scattasse l'ennesima sfida. I pericoli, storicamente, arrivano dalle zone che confinano con Cina, Thailandia, Laos e India, dove sono arroccate le minoranze più ostili al sogno di una grande Birmania. Occupato dal suo business, il regime non si era reso conto che l'intero paese bolliva come un vulcano pronto ad esplodere. Eppure basta camminare nel centro di Mandalay, 80 chilometri più a nord, per capire che la "primavera" birmana non è mai finita. Il sangue versato a settembre sui grandi viali che costeggiano la maestosa fortezza costruita del re Mindom Min, penultimo sovrano della dinastia Konbaung, ha scosso dal torpore questa città adagiata sul privilegio di essere la culla religiosa e l'ultima capitale del regno prima della dominazione britannica. Avvolta dal buio dopo il tramonto, punteggiata dai fari dei motorini e delle biciclette che invadono le strade come sciami, abbagliata da decine di pagode dalle cupole bianche e i pennacchi dorati, Mandalay fa i conti con l'ennesimo incendio. La corrente arriva a singhiozzo. Il governo la concentra sulle strutture militari. Quando torna, l'energia è una scarica che brucia gli impianti ridotti ad un ammasso di fili. Il cortocircuito è inevitabile. La benzina comprata al mercato nero e tenuta in casa fa il resto. L'anno scorso, in questo modo, nella sola Mandalay, un milione di abitanti, sono andate a fuoco 40 mila abitazioni. Tsa-Tsa, il ragazzo del nostro risciò, si dirige verso la zona dove adesso si alzano fiamme rosse e gialle. Ha bisogno di lavorare e si fa coraggio. Sostiene di non mangiare da tre giorni. C'è da credergli. Nel 2007, secondo una fonte diplomatica occidentale, ci sono stati solamente duecentomila turisti, rispetto agli 800 mila dell'anno precedente. Si fanno sentire gli inviti (timidi) al boicottaggio rivolti alle Nazioni unite e all'Unione europea contro la giunta militare da 46 anni al potere. Prevalgono gli scrupoli morali. L'appello a disertare la Birmania di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, leader dell'Nld (National leage for democracy), vincitrice assoluta delle passate elezioni, da 6 anni di nuovo agli arresti domiciliari, sembra avere effetto. Per due settimane abbiamo girato il paese in lungo e in largo incontrando pochissimi turisti. Chiediamo alla nostra guida cosa sta accadendo; vediamo, in lontananza, le luci della polizia. "Problem, problem", si affanna allarmato. "Police, army, protest". Ma poi, subito dopo, giù a ridere, come fanno sempre i birmani per stemperare anche la più piccola tensione. "Questo viale", racconta, "ad agosto era pieno di gente. Migliaia e migliaia di persone. Prima sono scesi in piazza i monaci, poi la gente si è fatta coraggio e li ha seguiti". Chiediamo quanti feriti e quanti morti ci sono stati. Lo domandiamo spesso in giro. Le risposte sono sempre diverse e vaghe. Dopo tante pressioni, il governo dello Spdc (State peace and development council), ex Slorc, il partito unico, artefice di questa "via birmana al socialismo", ha ammesso dieci vittime, 2700 arresti, tra cui 573 monaci, 1600 dei quali già stati rilasciati. Il "Tate naing" della "Assistance association of political prisoniers" parla invece di 4000 morti e 700 arresti. La verità, inaccessibile, resta isolata al centro della Birmania, a Nyapyidaw, dove il regime, con una scelta paranoica e ossessiva appoggiata dall'indovino di corte, ha deciso di trasferire la nuova capitale. Una città-caserma artificiale, nata dal nulla, senza negozi, ristoranti, case, sale da tè, ospedali e scuole. Ci vivono il vertice della giunta militare, i generali, gli ufficiali, la truppa, i dirigenti del Spdc. Una comunità priva di vita, rumori, colori, emozioni. I birmani ci ridono sopra e la spiegano con una barzelletta: "Hanno paura di tutto, persino del loro popolo". Tsa-Tsa ricorda molto bene i cadaveri abbandonati sull'asfalto o lungo i marciapiedi quando l'esercito ebbe l'ordine di sparare. E' convinto: "Li hanno cremati o buttati in una fossa comune". Racconta che i cortei sono durati quattro settimane. "C'erano due appuntamenti quotidiani: la mattina alle 9 e poi alle 4 del pomeriggio. Non si mangiava e si dormiva poco. Bevevamo coca-cola, lo zucchero ci dava forza e ci teneva svegli. Le autorità non hanno reagito subito. Sono rimaste a guardare per una settimana. Sparare sui religiosi li metteva in crisi". Oltre ad essere buddista, la giunta militare è nota per essere superstiziosa: nelle scelte più importanti interpella esperti astrali e interpreti del fuoco in grado di scacciare gli spiriti maligni. Ma qualcosa si è rotto al vertice. Si parla di uno scontro tra il capo, il tenente generale Than Shwe, 74 anni e il suo vice, il generale Maung Aye, 69. Il primo era favorevole ad un intervento, il secondo invitava alla prudenza. La realtà della piazza ha fatto prevalere la linea dura. "Quando si sono uniti anche gli studenti", aggiunge il ragazzo del risciò, "i professori, i commercianti, gli ingeneri, i farmacisti, quando tutti i negozi sono rimasti chiusi, quando i genitori si sono rifiutati di mandare i propri figli a scuola, allora è scattata la repressione". Indica le feritoie della muraglia che scorre sul lato: "Sparavano da lì. La folla marciava e loro sparavano". Ciò che è accaduto, lo ha saputo e visto tutto il mondo. Grazie alle foto scattate con i cellulari e spedite all'estero via mail dai più coraggiosi. Sono gli stessi che vediamo accorrere verso l'incendio. Le ragazze in minigonna ma con il viso protetto dalla "tannaka", la crema di legno di sandalo, per mantenere la pelle bianca. I ragazzi con i jeans larghi e calati, i capelli colorati, i tatuaggi, gli orecchini, mischiati a quelli che indossano i "longyi", il pareo tradizionale, e ciabattine. Passato e futuro. Tutti insieme. Alzano le due dita in segno di vittoria, strombazzano clacson e trillano i campanelli delle loro biciclette. La scuola è finita. Due potenti casse sparano musica heavy metal da un camion. Stasera si balla. Anche il nuovo incendio sarà spento. La Birmania, quella vera, non vuole più attendere.
Lo minacciano in modo brusco: "Smettila di sobillare i tuoi studenti o ti facciamo sparire". Il grande monaco è paziente. Usa tutto il suo carisma e la sua influenza. Ricorda che l'aumento di cinque volte il prezzo della benzina e di tanti altri beni di prima necessità sta affamando il popolo. I bonzi lo sanno bene: vivono a stretto contatto con la gente. La colletta che compiono ogni mattina all'alba, secondo un rituale di secoli, scalzi, avvolti nelle loro tuniche colorate, passando di casa in casa, si è interrotta. A Pakokku, davanti alla ciotola mostrata per raccogliere le offerte, le famiglie portano la mano alla bocca: non c'è cibo, non ci sono soldi. Il maestro invita i funzionari a lasciare il monastero. Ma i quattro emissari insistono; l'ordine è arrestarlo, portarlo via. Volano parole grosse: la discussione è animata, violenta, sostiene chi era presente. Sfidare un monaco, un maestro spirituale, in Birmania è una grave offesa, una vera provocazione. Decine di novizi, ragazzi che vivono nel monastero il tempo per studiare i testi sacri del buddismo e imparare l'inglese, hanno seguito il diverbio. Sono indignati. Intervengono, come sono sempre intervenuti. Anche nelle proteste del 1988 sono stati i bonzi più giovani, assieme agli studenti, ad accendere la miccia della rivolta. Scoppia una rissa generale. I quattro funzionari lasciano a fatica il monastero. Ma all'esterno trovano le loro auto in fiamme. Ma-Gway Taungdwingyi non scenderà nei dettagli e noi eviteremo domande che non vanno fatte. Sarà George, la nostra guida di Nyaung U che ci ha accompagnato sul posto, a dirci cosa è accaduto. Al ritorno, mentre attraversiamo l'Ayeyarwady a bordo di una lancia, coperti dal rumore assordante del motore ad elica allungata, ci spiega: "Adesso posso parlare. Prima non mi fidavo di nessuno. Pakokku è piena di spie. Le autorità le hanno infiltrate anche tra i monaci. La rivolta dell'agosto e settembre scorsi è nata qui dentro. Dopo l'incendio delle auto dei quattro funzionari del governo, sono arrivati la polizia e l'esercito. Ma è accorsa anche la gente del villaggio. La voce si è sparsa in tutta la regione. Migliaia di persone sono giunte dai paesi vicini: ne arrivavano ad ondate, con ogni mezzo, dall'interno e poi con le barche, dall'altra sponda del fiume. Ci sono stati gli scontri, molti feriti, tantissimi morti. La gente è rimasta, ha resistito. La protesta si è allargata a Bagan, a Mandalay, a Yangon. Ventotto giorni di cortei e manifestazioni. Fino a quando sono intervenuti i reparti speciali, con i fucili, le mitragliatrici, lo stato d'assedio, il coprifuoco". Il monastero resterà isolato e circondato dal filo spinato fino a Natale. Oggi il collegio di Pakhanngeh Kyaung è stato riaperto ma sembra abbandonato: pochi lo frequentano e non ci sono soldi per restaurare le ferite inferte durante la sommossa. Su 836 monaci ne sono rimasti solo 174. I pochi che si affacciano, timidi e preoccupati, evitano ogni contatto. C'è ancora molta diffidenza: i bonzi sono visti dal regime come un pericolo. In tutta la Birmania, ce n'erano 400 mila. In dieci anni la giunta, con la sua "campagna di purificazione", li ha ridotti del 20 per cento. Il monastero si è svuotato. Molti sono fuggiti. Forse tornati a casa, forse scomparsi, morti, inghiottiti nelle carceri. Nessuno sa nulla di loro. Solo il principio buddista per cui la vita è un continuo ripetersi può spiegare le contraddizioni di questo paese allegro e insieme triste, ribelle e rassegnato. Il suo fascino è tutto lì. La Birmania sembra galleggiare su un tempo indefinito: ancorata al suo passato glorioso, costretta a vivere un presente drammatico, proiettata su un futuro che non le appartiene ancora. La giunta dei militari è rimasta sorpresa dalla rivolta di Pakokku. Non si aspettava che proprio in questo monastero, immerso nel cuore dell'etnia bamar, scattasse l'ennesima sfida. I pericoli, storicamente, arrivano dalle zone che confinano con Cina, Thailandia, Laos e India, dove sono arroccate le minoranze più ostili al sogno di una grande Birmania. Occupato dal suo business, il regime non si era reso conto che l'intero paese bolliva come un vulcano pronto ad esplodere. Eppure basta camminare nel centro di Mandalay, 80 chilometri più a nord, per capire che la "primavera" birmana non è mai finita. Il sangue versato a settembre sui grandi viali che costeggiano la maestosa fortezza costruita del re Mindom Min, penultimo sovrano della dinastia Konbaung, ha scosso dal torpore questa città adagiata sul privilegio di essere la culla religiosa e l'ultima capitale del regno prima della dominazione britannica. Avvolta dal buio dopo il tramonto, punteggiata dai fari dei motorini e delle biciclette che invadono le strade come sciami, abbagliata da decine di pagode dalle cupole bianche e i pennacchi dorati, Mandalay fa i conti con l'ennesimo incendio. La corrente arriva a singhiozzo. Il governo la concentra sulle strutture militari. Quando torna, l'energia è una scarica che brucia gli impianti ridotti ad un ammasso di fili. Il cortocircuito è inevitabile. La benzina comprata al mercato nero e tenuta in casa fa il resto. L'anno scorso, in questo modo, nella sola Mandalay, un milione di abitanti, sono andate a fuoco 40 mila abitazioni. Tsa-Tsa, il ragazzo del nostro risciò, si dirige verso la zona dove adesso si alzano fiamme rosse e gialle. Ha bisogno di lavorare e si fa coraggio. Sostiene di non mangiare da tre giorni. C'è da credergli. Nel 2007, secondo una fonte diplomatica occidentale, ci sono stati solamente duecentomila turisti, rispetto agli 800 mila dell'anno precedente. Si fanno sentire gli inviti (timidi) al boicottaggio rivolti alle Nazioni unite e all'Unione europea contro la giunta militare da 46 anni al potere. Prevalgono gli scrupoli morali. L'appello a disertare la Birmania di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, leader dell'Nld (National leage for democracy), vincitrice assoluta delle passate elezioni, da 6 anni di nuovo agli arresti domiciliari, sembra avere effetto. Per due settimane abbiamo girato il paese in lungo e in largo incontrando pochissimi turisti. Chiediamo alla nostra guida cosa sta accadendo; vediamo, in lontananza, le luci della polizia. "Problem, problem", si affanna allarmato. "Police, army, protest". Ma poi, subito dopo, giù a ridere, come fanno sempre i birmani per stemperare anche la più piccola tensione. "Questo viale", racconta, "ad agosto era pieno di gente. Migliaia e migliaia di persone. Prima sono scesi in piazza i monaci, poi la gente si è fatta coraggio e li ha seguiti". Chiediamo quanti feriti e quanti morti ci sono stati. Lo domandiamo spesso in giro. Le risposte sono sempre diverse e vaghe. Dopo tante pressioni, il governo dello Spdc (State peace and development council), ex Slorc, il partito unico, artefice di questa "via birmana al socialismo", ha ammesso dieci vittime, 2700 arresti, tra cui 573 monaci, 1600 dei quali già stati rilasciati. Il "Tate naing" della "Assistance association of political prisoniers" parla invece di 4000 morti e 700 arresti. La verità, inaccessibile, resta isolata al centro della Birmania, a Nyapyidaw, dove il regime, con una scelta paranoica e ossessiva appoggiata dall'indovino di corte, ha deciso di trasferire la nuova capitale. Una città-caserma artificiale, nata dal nulla, senza negozi, ristoranti, case, sale da tè, ospedali e scuole. Ci vivono il vertice della giunta militare, i generali, gli ufficiali, la truppa, i dirigenti del Spdc. Una comunità priva di vita, rumori, colori, emozioni. I birmani ci ridono sopra e la spiegano con una barzelletta: "Hanno paura di tutto, persino del loro popolo". Tsa-Tsa ricorda molto bene i cadaveri abbandonati sull'asfalto o lungo i marciapiedi quando l'esercito ebbe l'ordine di sparare. E' convinto: "Li hanno cremati o buttati in una fossa comune". Racconta che i cortei sono durati quattro settimane. "C'erano due appuntamenti quotidiani: la mattina alle 9 e poi alle 4 del pomeriggio. Non si mangiava e si dormiva poco. Bevevamo coca-cola, lo zucchero ci dava forza e ci teneva svegli. Le autorità non hanno reagito subito. Sono rimaste a guardare per una settimana. Sparare sui religiosi li metteva in crisi". Oltre ad essere buddista, la giunta militare è nota per essere superstiziosa: nelle scelte più importanti interpella esperti astrali e interpreti del fuoco in grado di scacciare gli spiriti maligni. Ma qualcosa si è rotto al vertice. Si parla di uno scontro tra il capo, il tenente generale Than Shwe, 74 anni e il suo vice, il generale Maung Aye, 69. Il primo era favorevole ad un intervento, il secondo invitava alla prudenza. La realtà della piazza ha fatto prevalere la linea dura. "Quando si sono uniti anche gli studenti", aggiunge il ragazzo del risciò, "i professori, i commercianti, gli ingeneri, i farmacisti, quando tutti i negozi sono rimasti chiusi, quando i genitori si sono rifiutati di mandare i propri figli a scuola, allora è scattata la repressione". Indica le feritoie della muraglia che scorre sul lato: "Sparavano da lì. La folla marciava e loro sparavano". Ciò che è accaduto, lo ha saputo e visto tutto il mondo. Grazie alle foto scattate con i cellulari e spedite all'estero via mail dai più coraggiosi. Sono gli stessi che vediamo accorrere verso l'incendio. Le ragazze in minigonna ma con il viso protetto dalla "tannaka", la crema di legno di sandalo, per mantenere la pelle bianca. I ragazzi con i jeans larghi e calati, i capelli colorati, i tatuaggi, gli orecchini, mischiati a quelli che indossano i "longyi", il pareo tradizionale, e ciabattine. Passato e futuro. Tutti insieme. Alzano le due dita in segno di vittoria, strombazzano clacson e trillano i campanelli delle loro biciclette. La scuola è finita. Due potenti casse sparano musica heavy metal da un camion. Stasera si balla. Anche il nuovo incendio sarà spento. La Birmania, quella vera, non vuole più attendere.
IL VENTO DELLA LIBERTA' CONTINUA A SOFFIARE,INDOMITO.LA GIUNTA HA PAURA,SE HA DECISO DI RITIRARSI IN UNA CITTA'-FANTASMA.E' IL SEGNO CHE LE RIBELLIONI DEVOVO CONTINUARE,E ANCHE CHE IL BOICOTTAGGIO STA DANDO ALCUNI FRUTTI.CERTO,LA STRADA E' LUNGA,MA I BIRMANI HANNO SEMPRE DIMOSTRATO DI AVERE PAZIENZA.E CON LA LORO FILOSOFIA,CHE LI RENDE ANCHE CAPACI DI RIDERE SULLE LORO DISGRAZIE, DARA' LORO LA FORZA DI CONTINUARE A COMBATTERE.VORREI SOLO CHE IL MONDO SAPESSE APPOGGIARLI CONCRETAMENTE.E CHE LA GIUNTA CADESSE PRESTO.
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