
I cinesi, si sa, copiano tutto e immettono i loro prodotti sul mercato a prezzi stracciati, stante il bassissimo costo della mano d’opera locale, prossimo allo zero.
Ma forse non tutti sanno che il “pericolo giallo” come veniva definita la Cina già nei primi anni del dopoguerra è l’8° esportatore al mondo di armi convenzionali, unico tra i paesi dediti a questo business a non aver firmato gli accordi che vietano la vendita di armi a paesi terzi che potrebbero impiegarle per attuare gravi violazioni dei diritti umani e da quasi un decennio non rimette all’ONU i dati da inserire nel Registro della produzione di armi convenzionali istituito presso le Nazioni Unite.
Grandi committenti di questo genere di “cineserie” sono il Sudan, il Ciad, La Liberia, Il Nepal e, non ultimo, il regime dittatoriale dell’ex Birmania, oltre ai soliti “grossisti per caso” che smerciano “macchine da sparo” ad organizzazioni terroristiche e bande di criminali.
Decine di migliaia di armi individuali, di produzione cinese, sono state censite in Sudafrica, finite tra le mani di gruppi organizzati di veri e propri delinquenti, dediti a sequestri, rapine ed atti di violenza generalizzata.
Il fatturato cinese dell’export di armi d’ogni tipo è stimabile nell’ultimo decennio intorno ai 12 miliardi di dollari.
Il “fiore all’occhiello” che con tanta laboriosità partecipa al “miracolo” dello sviluppo economico cinese è la fabbrica “Norinco” (North Industry Company China), che scopiazzando brevetti a più non posso fa di tutto, dalle carabine ad aria compressa alle copie conformi dei tristemente famosi AK 47, il famoso Avtomat Kalashnichov, e succedanei derivati di origine sovietica, tanto apprezzati anche dalle “mafie” d’ogni dove.


















2 commenti:
Caro Gianni, hai sollevato una questione importantissima ed un esempio ennesimo di come la Cina, che ha un ruolo negativo anche nelle vicende birmane, si senta al di sopra di ogni regolamento internazionale
Concordo in toto con quanto affermato da Araba Fenice.
Bel post
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